Valutazione di Impatto Ambientale: perché così gestita è un problema e come risolverla.

La Valutazione di Impatto Ambientale nasce negli Stati Uniti nel 1969 come National Environment Policy Act (NEPA) ponendo le basi del concetto di “sviluppo sostenibile”. Nel 1985 l’Unione Europea introduce per la prima volta questa procedura come strumento di politica ambientale. Successivamente la V.I.A. entra in vigore in Italia l’8 luglio del 1986 con la Legge n. 349 e viene dunque istituito il Ministero dell’Ambiente insieme alle norme in materia di danno ambientale.

L’autorizzazione viene rilasciata dalla pubblica amministrazione sulla base di progetti presentati da enti pubblici o privati, che individua, valuta e descrive gli effetti dell’opera/progetto sull’ambiente/ salute umana e, allo stesso tempo previene, minimizza ed elimina gli impatti negativi sull’ambiente circostante. I concetti fondamentali sono: prevenzione (analizza gli ipotetici impatti), integrazione (analizza gli effetti cumulativi), confronto (stabilisce un dialogo e riscontro tra chi autorizza e chi progetta) e partecipazione (garantisce il contributo dei cittadini e associazioni per assicurare trasparenza)

È dunque evidente che la V.I.A. è uno strumento simultaneamente utile ed etico, poiché considera e agisce sulle conseguenze per la salute umana e la salvaguardia dell’ambiente.
Ad ogni modo, nell’ottenimento della V.I.A. io personalmente non ho riscontrato un’efficiente continuità in tutte le regioni italiane in cui l’ho richiesta. In Liguria, ad esempio, dove procedono spediti i lavori per la realizzazione di una piattaforma polifunzionale da noi progettata, la V.I.A. è stata rilasciata senza indugi o relative difficoltà tecniche e il lavoro è stato svolto dall’ente in maniera positivamente meticolosa.

Ciò però non avviene in Sicilia, per fare un esempio recente, dove il rilascio della V.I.A. diventa in molti casi uno strumento di bocciatura di progetti, non per motivi tecnici ma per meri aspetti formali. Ossia, all’atto pratico, troviamo centri abitati e addirittura strutture pubbliche (scuole) anche abusive a ridosso, nelle immediate vicinanze o all’interno di zone industriali.

La V.I.A. è uno strumento valido nella sua natura che, quando gestito malevolmente, diventa uno strumento meramente burocratico che in larga scala blocca miliardi di euro di investimenti privati. Sulla base di ciò, lavorando da oltre 30 anni nel settore mi sento legittimato ad esprimere dubbi sul funzionamento di questo strumento amministrativo.

Chi ha interesse nel rendere difficile la vita dei professionisti del settore industriale soprattutto in regioni che maggiormente necessitano di investimenti?

Chi dovrebbe sorvegliare sulla competenza dei tecnici che gestiscono queste pratiche?

Chi garantisce che i tecnici siano scelti esclusivamente per competenza dimostrata?

La politica, naturalmente.

Credo sia arrivato il momento di porre limiti all’attuale metodo di valutazione, dunque ritengo che per le zone industriali debba sempre essere consentita la realizzazione di impianti – senza passare per la V.I.A. – nel rispetto delle normative vigenti (tantissime). In questo modo, si possono accelerare i procedimenti autorizzativi che seppur contingentati nel tempo dalla normativa, per lo meno eviterebbero il protrarsi smisurato del tempo del rilascio della V.I.A. che spesso richiede svariati anni.
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, mi piacerebbe aprire un confronto e cercare di migliorare, se non proprio sovvertire, lo stato delle cose.